Festa della Riforma 2026


La predicazione in occasione della giornata della riforma ci ricorda di non protestare contro qualcosa ma di testimoniare ad alta voce la parola del Signore!!!

Predicatelo sui tetti – Matteo 10, 26b-33
Altra lettura: Deuteronomio 6, 4-9

Predicazione per la Festa della Riforma 2026
Past. Michel Charbonnier

Matteo 10,26b-33
26Non c’è niente di nascosto che non debba essere scoperto, né di occulto che non debba essere conosciuto. 27 Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e quello che udite dettovi all’orecchio, predicatelo sui tetti. 28 E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna. 29 Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. 30 Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31 Non temete dunque; voi valete più di molti passeri. 32 Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. 33 Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli.

“Ma perché i protestanti non protestano più?”
Ce lo sentiamo chiedere, nelle forme più diverse, ad ogni piè sospinto. Da persone sinceramente indignate, dentro o fuori le nostre chiese, persone che in entrambi i casi guardano a noi con una certa aspettativa. Il ragionamento è semplice: vi chiamate protestanti, no? E allora protestate! Contro le guerre, contro i morti in mare, contro la spesa militare, contro le ingiustizie che si moltiplicano sotto i nostri occhi. Dove siete? Perché non dite (più) niente?

Anche la Treccani, del resto, sembra dar loro ragione: “Protestante: participio presente di “protestare”, con riferimento alla protesta dei luterani.” Protestanti, cioè: quelli che protestano. Che protestanti sono se non protestano??

Si capisce il senso di questa domanda. Ma parte da un piccolo equivoco, e vale la pena chiarirlo, perché forse proprio da lì passa la risposta alla domanda che ci viene rivolta oggi come chiesa. Nell’aprile del 1529, alla Dieta di Spira, la maggioranza cattolica revoca la libertà, concessa tre anni prima, per ogni principe e ogni città, di regolare le questioni di fede nel proprio territorio secondo coscienza – e quindi anche di riformare la propria chiesa. Nessuna nuova riforma: si torna tutti a celebrare
la messa. Sei principi e quattordici città libere dell’Impero non accettano. Presentano una protestatio, una dichiarazione solenne in cui affermano che nelle cose che riguardano l’onore di Dio e la salvezza delle anime ciascuno deve stare davanti a Dio e rendergli conto per sé. Da quel documento nasce il nome.

In latino protestari non significa anzitutto lamentarsi o contestare. Significa dichiarare pubblicamente, testimoniare davanti a tutti: pro-testari, rendere testimonianza a favore di qualcosa. I principi a Spira non protestavano anzitutto contro qualcosa: pro-testavano la loro fede. C’era un secco “no” detto all’Imperatore, che era la conseguenza di un radicale “sì” detto a Dio. Prima di essere quelli che protestano, i protestanti sono quelli che testimoniano.

Ed è esattamente di questo che parla il nostro testo. Gesù sta mandando i Dodici nel mondo, e non nasconde loro nulla: “Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi… sarete condotti davanti a governatori e re a causa mia, per servire di testimonianza”. E poi: “Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e quello che udite dettovi all’orecchio, predicatelo sui tetti”.

Otto anni prima di Spira, un monaco si era trovato esattamente lì: davanti a “governatori e re”. A Worms, il 18 aprile 1521, davanti all’Imperatore Carlo V, a Lutero si chiedeva una cosa sola: ritrattare. Ridursi al silenzio, in cambio della vita. E Lutero aveva risposto che la sua coscienza era prigioniera della Parola di Dio, e che non era né sicuro né giusto andare contro coscienza. Non era la presa di posizione di un ribelle: era la confessione di un credente. Una coscienza “prigioniera della Parola” è una coscienza che non appartiene più a sé stessa – né al Papa, né all’Imperatore, né alla paura. Su quella confessione si apre la Riforma. Non su una lamentela, ma su una testimonianza. Una confessione radicalmente coerente della propria fede.

Tre volte, in pochi versetti, Gesù ripete: “Non temete”. “Non temete chi uccide il corpo”. “Non temete: due passeri si vendono per un soldo, eppure nemmeno uno cade a terra senza il Padre vostro”. “Non temete: voi valete più di molti passeri”. Non temete, tre volte: Gesù sa che il nemico della testimonianza è la paura. Ma noi, oggi, che paura abbiamo? Nessuno di noi rischia il rogo. Eppure anche noi abbiamo le nostre paure, più piccole e più insidiose. La paura di sembrare “di parte”. Di dividere la comunità. La paura di “chissà cosa dirà la comunità”. Di essere accusati di “fare politica” dal pulpito. Di scomodare, di disturbare – gli altri e noi stessi.

Il problema è che così la paura si trasforma in qualcosa di più quieto e più diffuso: l’apatia. Non quella dei malvagi: quella delle persone di buona volontà. Di chi sa, disapprova, magari si indigna per un momento – e poi scorre oltre. Non parla, non dice, non prende posizione. Guardiamoci intorno. Quest’anno il Mediterraneo ha conosciuto l’inizio d’anno più letale da oltre un decennio: quasi mille morti nei soli primi tre mesi. A gennaio due gemelline di un anno sono morte di freddo poco prima di toccare terra a Lampedusa. Esattamente due passeri venduti per un soldo.

A Gaza, da un anno, c’è una tregua che si chiama così soprattutto sulla carta: gli attacchi non sono cessati, gran parte del territorio resta sotto controllo militare, oltre un milione di persone non ha cibo. E in Cisgiordania si consuma giorno dopo giorno una pulizia etnica a bassa intensità, un diverso tipo di genocidio, che non fa rumore, e che proprio per questo si può scegliere di non vedere. Eppure tutto questo è uscito dai titoli di giornale. Non perché il male sia finito, ma perché ci siamo abituati. O perché abbiamo paura di essere divisivi.

E intanto, il nostro Paese ha toccato quest’anno il record storico della spesa militare, quasi 34 miliardi di euro, con l’impegno di arrivare al 5% del PIL entro il 2035. E nel discorso pubblico parole che fino a pochi anni fa sarebbero state impronunciabili – su chi merita di essere salvato e chi no, su chi è “di troppo” – oggi si dicono a voce alta, anche nelle sedi istituzionali, nella bocca delle più alte cariche dello stato, senza che quasi nessuno arrossisca. Ecco il paradosso del nostro tempo: il male ha imparato a predicare dai tetti. E i cristiani, spesso, l’evangelo lo bisbigliano all’orecchio.

Ma il testo non ci chiede anzitutto di essere più bravi, più impegnati, più arrabbiati. Ci chiede di ricordare chi siamo. “Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio”. Il verbo greco è quello della confessione di fede: homologhein, dire ad alta voce ciò in cui si crede. Alla lettera: dire la stessa cosa. Da qui viene una parola italiana che usiamo in tutt’altro senso: omologarsi. Essere omologati significa diventare uguali agli altri, adeguarsi, non dare nell’occhio, pensare e parlare come parlano tutti. Curioso, no? La stessa radice indica la confessione di fede e il conformismo. Ma la domanda non è se ci omologhiamo – lo facciamo sempre, a qualcuno diciamo sempre di sì. La domanda è: a chi? Al pensiero dominante, al clima del momento, alla rassegnazione di chi dice “tanto non cambia niente”? Oppure a Cristo?

Confessare la fede significa omologarsi a lui, dire la stessa cosa… che dice lui. Che cosa dice Cristo a Gaza? Cosa dice in Sudan? Cosa dice su un barcone alla deriva al largo della Libia? Cosa dice Cristo davanti all’operaio che non torna a casa dal cantiere, o all’anziano solo in una borgata delle nostre valli, che se deve prendere un mezzo pubblico per andare a fare una visita in ospedale fa prima a schiattare? Cristo dice ogni volta la stessa cosa: “tu vali più di molti passeri”. Omologarsi a lui significa dire, lì, la stessa cosa: dire che tutte queste persone valgono, tutte. E dunque, smettere di essere omologati al mondo. “Non conformatevi a questo mondo – scrive Paolo – ma siate trasformati” (Romani 12,2).

Qui sta il cuore della nostra tradizione. Lo abbiamo ascoltato nella lettura del Deuteronomio: “Ascolta, Israele: il Signore, il nostro Dio, è l’unico Signore”. Lo Shemà è anzitutto una confessione di fede, da dire ad alta voce ogni giorno. E non resta chiusa nel cuore: se ne parla in casa e per via, la si insegna ai figli, la si scrive sugli stipiti della casa e sulle porte della città, che è il posto dove si amministrava la giustizia. Dall’orecchio ai tetti, appunto. Un unico Signore, per tutta la vita.

Fede e vita hanno un solo nome: Gesù Cristo. Le chiese della Riforma lo hanno sempre saputo, e la Chiesa confessante a Barmen, nel 1934, ha saputo dirlo con chiarezza davanti a un’altra dittatura, non troppo diversa da quelle che vediamo in giro oggi: non esistono ambiti della nostra vita in cui apparteniamo ad altri signori che a Cristo. Non all’economia, non alla politica, non alla sicurezza, non alla nazione, non al bullo o alla populista di turno.

Per questo l’impegno nel mondo non è un’appendice facoltativa della fede protestante: ne è una parte costitutiva. Quando le nostre chiese aprono corridoi umanitari, quando accolgono a Lampedusa con Mediterranean Hope, quando si preparano a esserci all’Euro Pride di Torino 2027, quando dicono pubblicamente una parola sulla Palestina, sul disarmo, sulla dignità di ogni persona, non stanno “facendo politica” al posto della fede. Stanno pro-testando la loro fede. Stanno dicendo sui tetti ciò che hanno ascoltato all’orecchio: che ogni passero conta davanti a Dio. Ogni bambino annegato. Ogni bambina di Gaza. Ogni omosessuale deriso e ogni operaio che non arriva a fine mese.

E allora, se torniamo alla domanda iniziale (“perché i protestanti non protestano più?”), forse la risposta è questa: i protestanti non protestano più perché non pro-testano più. Non alziamo la voce contro l’ingiustizia perché abbiamo smesso, prima, di alzarla per la nostra fede. Perché ne abbiamo fatto una faccenda privata, discreta, da non esibire. Una fede che non si confessa ad alta voce difficilmente troverà le parole per dire “no” al male. La protesta non nasce dall’indignazione: nasce dalla testimonianza.

Lutero, a Worms, ci ha messo la faccia. I nostri padri e le nostre madri nella fede in queste valli non ci hanno messo soltanto la faccia: spesso ci hanno
messo la vita. A noi è chiesto molto meno. Ci è chiesto di metterci solo la faccia. Di non vergognarci dell’evangelo “in casa e per via”, come dice il Deuteronomio: in
consiglio comunale, al lavoro, nella chat dei genitori, al bar, nell’educazione dei nostri figli. Di dire “no” quando tutti tacciono – e di dirlo nel nome di Cristo. Di sostenere chi è già in prima linea, invece di guardarlo da lontano. Di scegliere, ogni volta, se temere gli uomini o temere Dio.

Lo stemma della nostra chiesa porta una candela accesa nelle tenebre: Lux lucet in tenebris, Giovanni 1,5. La luce splende nelle tenebre. Non siamo noi a doverla accendere: è già accesa. Ci è chiesto soltanto di non nasconderla. Di non metterla sotto il moggio. Il male ha imparato a predicare dai tetti. Noi abbiamo ascoltato un’altra parola: non ci è stata data per custodirla in silenzio. Non ci è chiesto di gridare più forte, ma di parlare più chiaramente, di non tacere ciò che abbiamo
ascoltato all’orecchio. Parlare più chiaramente insieme. Senza paura. Perché per noi è la promessa: chi riconosce Cristo davanti agli uomini sarà riconosciuto da lui davanti al Padre.

Amen.

Luserna San Giovanni, culto circuitale per la Festa della Riforma, 1 novembre 2026